#ScienzAgrambientale: la nuova rubrica di Giulio Pellini. Conosciamolo con questa intervista

25 agosto 2017 Raffaello De Crescenzo

Cari lettori di CulturAgroalimentare, come precedentemente annunciato, eccomi qui ad introdurre, con grande piacere, un nuovo collaboratore che da oggi svilupperà un’interessantissima rubrica su questo sito: Giulio Pellini.

Ricercatore presso la COOP. “MareRicerca” che collabora direttamente con l’Istituto Scienze del Mare (ISMAR-CNR) di Ancona, Giulio ci aiuterà ad affrontare in maniera tecnica, ma anche accessibile a tutti, numerosi argomenti di interesse comune che toccano gli aspetti più vari della vita quotidiana delle persone.

Avremo inoltre modo di capire meglio quanto in realtà sia vasto il campo di studi e di applicazioni della biologia marina.

Giulio, come prima cosa ti chiedo di parlarci un po’ di te, quindi di raccontarci quanti anni hai, da dove vieni e da quanto tempo sei ormai qui ad Ancona.

Mi chiamo Giulio Pellini, classe ‘84 e sono nato a Roma. Mi sono trasferito ad Ancona ormai 10 anni fa, trasferendomi dalla facoltà di Biologia dell’Università RomaTre a quella di Biologia Marina dell’Università Politecnica delle Marche.

Che cosa ti ha portato a scegliere proprio questo ambito di studi e perché hai poi deciso di non fermarti alla laurea, ma di diventare anche ricercatore?

Bhè, la passione per il mare è qualcosa che ho sempre avuto fin da bambino. In più, la curiosità di sapere, di riconoscere e di comprendere tutto ciò che avviene all’interno di questa immensa distesa d’acqua…ed ecco che mi sono ritrovato a scegliere di studiare biologia marina. In realtà non sapevo cosa mi aspettasse. Poi grazie ad un tirocinio esterno dell’università sono entrato in contatto con il mondo della ricerca all’ISMAR-CNR di Ancona e da lì non ho mai smesso. Per me è stata una conseguenza naturale.

Qual’è fino ad ora la “scoperta” che senti di definire la più importante per te, tra tutti i progetti che fin qui condotti e perché?

Bè io sono ancora un “giovane” ricercatore per cui ancora non fatto tante “scoperte”. Ho però avuto la fortuna di partecipare a molti progetti internazionali e nazionali e di far parte degli autori di diversi articoli; ma se devo scegliere qualcosa, sicuramente direi l’articolo che ho finito di scrivere da poco sulle microplastiche all’interno del contenuto stomacale delle sogliole. E’ il primo articolo a primo nome per me (cioè è la prima ricerca che conduco in prima persona), per cui rimarrà sicuramente indelebile nei miei ricordi.

Si sente spesso parlare di ricercatori italiani costretti ad espatriare o che comunque all’estero ricevono offerte di lavoro a cui è difficile dire di no, ma che cosa secondo te non va nella ricerca italiana e quali invece sono i pregi del lavorare in questo settore nel nostro Paese?

La risposta non è semplice: negli anni, nei laboratori di biologia e nelle uscite sul campo per prendere i campioni, ho visto ricercatori e ricercatrici inventarsi di tutto per riuscire a portare a termine il loro lavoro. Un esempio su tutti è quello che mi è capitato di vedere proprio in un laboratorio qui alla Politecnica delle Marche: un ricercatore, visto che non aveva uno strumento adatto se lo è costruito con stecche del gelato, cannucce e stecchini da denti. Parè assurdo, lo so, ma ci metto la mano sul fuoco che in tutti i laboratori in tutta Italia ci sono storie simili. Questo per far capire che in Italia fare ricerca è molto di più di quello che si possa pensare. E nonostante questo la ricerca italiana non è il fanalino di coda, anzi…abbiamo ricercatori e scienziati ai massimi livelli mondiali in praticamente tutti i campi. Quello che non va, è tutta la parte burocratica e gestionale. Ormai la stragrande maggioranza della ricerca italiana si basa su fondi europei o privati, e viene fatta, per una “grossa fetta”, da precari. Proprio in quest’ultimo periodo i precari del CNR stanno insorgendo perché si è arrivato al paradosso di persone che hanno un contratto a tempo determinato da 20 anni. In più questa e altre situazioni hanno portato, in molti casi, a formare un organizzazione piramidale, con all’apice il “vecchio” ricercatore ed a margine, o in fondo, i giovani. A questo bisogna aggiungere quei casi in cui non viene affatto considerata la meritocrazia. Non è difficile, quindi, capire a mio parere, come questa “precarietà della vita” possa portare al volere “scappare” all’estero. Io da “giovane” innamorato, nonostante tutto, del proprio Paese, ho ancora fiducia che qualcosa possa migliorare.

Con la tua rubrica, #ScienzAgrambientale, toccheremo molti aspetti legati all’ambiente ed a come la presenza umana su questo pianeta abbia determinato e continui sempre di più a determinare, cambiamenti considerevoli nell’equilibrio del nostro pianeta…
Giulio, il Pianeta su cui viviamo è davvero in grado di continuare a “tenere botta” agli interventi umani, spesso davvero poco lungimiranti? Si sta facendo abbastanza per cercare di assicurare a tutta la popolazione mondiale la possibilità di continuare a godere della bellezza di questo nostro Mondo oppure ormai abbiamo superato un punto di non ritorno?

Anche questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere, soprattutto in poche parole. Cercherò di essere il più coinciso possibile: partiamo dal fatto che la Natura, come tutto il resto, possiede una capacità portante, vale a dire una capacita di sopportare un certo “peso” (in questo caso di numero di individui per singola specie), prima di cedere ed una determinata resilienza (cioè la capacità di tornare allo stato “naturale” dopo aver subito una turbazione). Detto questo, come qualsiasi altro biologo, non posso dire se siamo spacciati o meno. Quello che posso affermare con certezza è che sicuramente noi umani stiamo mettendo a dura prova la Natura avendo in molti casi già sorpassato la soglia massima delle capacità sopracitate. Sia a livello nazionale che europeo si sta facendo molto per cercare di “migliorare le cose”, basti pensare agli innumerevoli decreti emanati dall’UE, ai diversi trattati internazionali in ambito ambientale, ai protocolli internazionali (uno su tutti il famoso protocollo di Kyoto) e così via. C’è da aggiungere, purtroppo, che spesso gli interessi economici vanno però ad interferire direttamente con la legislazione ambientale. Per cui, anche se forse in maniera banale e scontata, finisco per risponderti dicendo che, se invece di pensare sempre agli interessi di pochi ci preoccupassimo del benessere di tutti, sicuramente anche la Natura ne gioverebbe.

So che hai già preparato qualcosa di estremamente interessante come primo articolo: un chiaro esempio di come si nascondano fattori estremamente inquinanti anche nelle piccole cose di uso quotidinao….ma non anticipiamo niente: quello di oggi è solo un piccolissimo assaggio di ciò che potrete leggere ed imparare grazie alla rubrica #ScienzAgrambientale di Giulio Pellini.

Non ci resta, quindi, che darvi appuntamento al primo articolo!!

Non mancate!!

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