11 luglio 2013 Raffaello De Crescenzo

Da grandi quantità, realizzate a bassi costi e capaci di affrontare lunghi periodi di conservazione, alla ricerca costante e continua di prodotti in grado di intervenire positivamente sulla salute umana ed arrecare piacere.

E’ innegabile che negli ultimi 60 anni sulle nostre tavole e nei nostri frigoriferi siano avvenute delle vere rivoluzioni: a partire dalle materie prime, fino all’utilizzo delle tecnologie di trasformazione e al packaging.

Questi cambiamenti, però, sono andati e continuano ad andare, di pari passo con l’evoluzione del concetto di BISOGNO e con lo studio dei bisogni del consumatore.

Il Bisogno può essere considerato come una naturale esigenza della vita sociale umana. Distinguiamo i bisogni innati, naturali e generici, che riguardano appunto la natura dell’essere umano e i bisogni acquisiti, culturali e sociali, strettamente collegati all’esperienza, alle condizioni ambientali e all’evoluzione della società.

Il bisogno derivato è la risposta specifica che si tende a dare al bisogno generico attraverso un bene che è allo stesso tempo l’oggetto del desiderio.

Il bisogno generico non è saturabile, a differenza del bisogno derivato che è la risposta tecnologica data dalle aziende con un prodotto e che può evolvere per miglioramento o per sostituzione (innovazione distruttrice). La Mission di un’azienda, quindi, dovrebbe necessariamente ruotare attorno a un determinato bisogno generico piuttosto che a quello derivato, che rimane comunque saturabile.

Di pari passo con l’evoluzione di altri settori, quello alimentare ha dovuto affrontare un’alta richiesta di produzione nell’immediato dopoguerra per far fronte alle necessità di una popolazione stremata da un lungo conflitto mondiale e desiderosa di ripartire e crescere.

In questa fase ci si concentra particolarmente su una produzione che possa comportare dei costi contenuti e che possa permettere di immettere sul mercato prodotti in grado di avere una lunga shelf life.

Al consumo di ingenti quantità di derivati animali e con l’affermarsi di nuovi stili di vita, però, hanno fatto da contraltare lo sviluppo di malattie cardiovascolari e tumori, oltre a problematiche assolutamente nuove (come la mucca pazza, collegata ad un prione) che spingono la ricerca a fare sempre continui e costanti passi in avanti.

Il famoso detto “siamo ciò che mangiamo” torna in auge: sempre più al cibo si richiedono certificazioni di qualità e sicurezza, oltre alla capacità di intervenire a livello salutistico e, più recentemente, anche edonistico.

Mangiare è un’azione quotidiana a cui è possibile dedicare sempre meno tempo, ma il consumatore non è disposto a tralasciare l’aspetto dell’auto-realizzazione quando si siede a tavola e, quindi, lo sviluppo delle aziende alimentari tende ad andare in due direzioni:
– da una parte una filiera corta (gruppi d’acquisto, produttore-consumatore),
– dall’altra un’evoluzione tecnologica sempre più spinta, con lo studio della neurofisiologia, dei raggi gamma, dell’analisi sensoriale e dei prodotti di quarta e quinta gamma (ortaggi freschi e naturali, tagliati e pronti all’uso – IV gamma – e ortaggi precotti, senza l’aggiunta di conservanti o condimenti – V gamma).

L’utilizzo delle nanotecnologie per microincapsulare microorganismi di interesse alimentare, oltre all’ideazione di packing attivi e packaging intelligenti, in grado di interagire con l’alimento ritardandone il degradamento e dando informazioni in tempo reale al consumatore sullo stato di conservabilità del prodotto, inseriscono nuove ed affascinanti possibilità di sviluppo nel futuro della nostra alimentazione.

intelligent packaging

E il prossimo bisogno, quale sarà?

Ai posteri l’ardua sentenza….

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*