

A Colli del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, da oltre cent'anni, la famiglia Vallorani è custode di una fiera tradizione vitivinicola, rispettosa dell'ambiente, delle tradizioni locali e della bellezza di un paesaggio unico. Dalla splendida sala degustazioni dell'azienda Vigneti Vallorani, infatti, si possono ammirare le colline che vanno a degradare verso il mare...
Sono terreni ricchi di argilla, ideali per dar vita a vini di struttura, adatti ai vitigni classici del territorio: montepulciano, sangiovese, pecorino, passerina, trebbiano e malvasia.
Ci troviamo a 200 metri sul livello del mare, in una zona dove la vegetazione è selvaggia e costituisce una naturale barriera protettiva, nonché una vera e propria oasi di biodiversità.
L'azienda, a conduzione biologica certificata CCPB dal 2005, si estende su una superficie di 8 ettari tra i comuni di Colli del Tronto e Castorano.
Oggi, alla guida della parte agronomica e di quella enologica, troviamo rispettivamente i fratelli Stefano e Rocco, che stanno raccogliando il testimone dal papà Giancarlo, portando avanti la filosofia di “custodi dell'ambiente e del paesaggio”.
Quest'anno, per celebrare il cinquantesimo compleanno della doc Falerio, iconica di questo territorio, sono stati loro a proporre una giornata, dedicata alla stampa di settore, cui abbiamo avuto il piacere di partecipare.
Pietro Russo, terzo Master of Wine italiano, è stato il “maestro cerimoniere” di una giornata che ha visto il blend al centro del villaggio...
Dall'idea del blend, infatti, si è partiti per dar luogo ad un confronto con alcune doc storiche del mondo, per poi regalarsi una degustazione verticale di “Avora”, il Falerio di Vigneti Vallorani.
<<Blend, o assemblaggio, sono operazioni enologiche (in parte anche viticole) che consistono nel mettere insieme uve o vini diversi - ha spiegato il MoW- Può essere un blend di diversi momenti dello stesso anno, di annate diverse, di zone diverse, ecc... Le possibilità sono davvero tante!>>
L'obiettivo è quello di migliorare la qualità complessiva, la complessità, il bilanciamento, oltre al rispetto di eventuali tradizioni passate. Ottima strategia anche per contrastare le problematiche legate al cambiamento climatico, eventuali danni al vigneto, malattie, ma anche per proteggere e valorizzare la biodiversità. Cloni e biotipi di una azienda, infatti, si esprimono in maniera specifica all'interno di una azienda e vengono valorizzati nel blend. Non tutto insieme perchè <<si è sempre fatto così>>, ma perchè si desidera lasciare qualcosa di utile, interessante e “buono” per il futuro.
Come si articola, allora, la complessità, esaltando l'unicità del Falerio? Ci troviamo nella zona di Ascoli Piceno, con una orografia collinare, tra il Gran Sasso e i Sibillini. Depositi marini e argille sabbiose, oltre a marne calcaree, caratterizzano i suoli, mentre le influenze mediterranee ed una buona escursione termica, conferiscono freschezza ai vini di quella che è la terza DOC storica delle Marche, riflesso di un territorio che ha sempre creduto in questo vino e che ora deve rilanciarsi.
Già nel “De naturalis Historia”, di Plinio il Vecchio si parla del Falerio, tradizionalmente nato come uvaggio (field blend), in percentuali variabili (Trebbiano - 20/50% - Passerina -10/30% - Pecorino -10/30% - e fino ad un 20% di varietà non aromatiche). Questo è garanzia di costanza stilistica e qualitativa, in annate sempre più provanti.
Dal 1975 al 2000 il Falerio è stata l'unica doc del Piceno, con una riscoperta molto recente, perchè in passato si è puntato maggiormente sugli internazionali prima e sui monovarietali poi.
Laddove si producono blend nel mondo non è solo per un fatto di tradizione, ma anche per cultura e identificazione: il filo conduttore è l'esigenza vinicola e il desiderio di mettere insieme varietà che possano apportare qualcosa di unico al vino finale.
Proprio così è iniziata questa splendida degustazione: dalla Champagne, regione che ha fatto del blend un'esigenza e che oggi ne è bandiera. Qui la selezione delle uve decide lo stile delle maison, anche per superare quelle difficoltà produttive che da sempre lo caratterizzano (temperature basse, pioggie, etc...).
Louis Nicaise Extra Brut, 2018 (vintage, quindi possibilità limitata di blend): village premier cru della Vallè de La Marne. Questa è zona in cui è il Meunier, storicamente, a farla da padrone, ma con questo vino ci troviamo al cospetto solo di chardonnay (70%) e pinot nero. Crosta di pane, sentori mielosi (tipici dello chardonnay), struttura e volume, oltre ai frutti a gialle (riconducibili al pinot noir). Piacevolezza di beva e grande salivazione, in bocca.
Rimaniamo in Francia per il secondo vino: “Chateu de Nalys” Chateanneuf-du-Pape di E. Guigal, vintage 2023. Clima mediterraneo, suoli alluvionali su letto di argille calcaree (galerulè). Si può arrivare a 13 varietà autoctone per produrre questo vino, ma spicca il grenache blanc (45%), varietà che soffre il caldo, pur amando il sole; roussanne, clairette (maturazione tardiva), picpoul, altri vitigni rilevanti. Vigne di almeno 50 anni e un 25% di affinamento su legno (generalmente nuovo). 14,5 alcol, ma con una freschezza che non lo fa percepire affatto. Vino molto ricco e profumato.
Poter lavorare con più uve, permette una maggior resilienza nell'intraprendere una strada stilistica, alla ricerca della piacevolezza.
Contino San Gregorio, Rioja (Viñedos del Contino SA), 2021: viura (che sarebbe il macabeo, germoglia tardivamente, è una varietà molto produttiva, mediamente alcolica, neutra, resistente all'ossidazione), garnache (uva con un ciclo vegetativo più corto ed una maggior esposizione all'ossidazione). Siamo nella zona della Rioja, in cui l'uso del legno è tradizionalmente sempre stato importante. Contino prende uve da diverse zone della Rioja (territorio molto grande, oltre 40.000 ha), con suooli più o meno calcarei a seconda dell'altitudine. Un prodotto contemporaneo rispetto al classico Rioja (ossidativo e con legno marcato), classico nell'impostazione, con richiami al cocco, speziatura che richiama il fumè e la parte di frutto che, invece, è data dalla garnacha. Frutta prepotente in bocca e una struttura importante che permetterebbe anche di “dimenticarlo in cantina”. Qui i sentori dominanti sono quelli terziari, ma il vino non è ossidato.
Il quarto vino in degustazione proviene dalla zona di Bordeaux. Chateau Carbonnieux 2021, Grand Cru Classè de Graves Pessac Leognan. Un'annata fredda a Bordeaux. Le uve coinvolte per dar vita a questo nettare sono semillon (volume e corpo, 35%) e sauvignon blanc, raccolte in periodi diversi.
Eleganza e longevità. Il volume in bocca è dato dal semillon, fermentato in legno, in piccole botti. Possibilità di affinamento in bottiglia per altri 5-10 anni.
Quinto vino: Terra Costantino, Etna Bianco doc del 2021, azienda de Aetna. Una denominazione ormai consolidata, famosa per i rossi, ma che ha anche grandi bianchi, estremamente longevi. Si va da 400 mslm, fino ad oltre 1000. Nerello mascalese, carricante (varietà neutra), catarratto, damaschino, minella bianca, gracanico: tutte varietà autoctone siciliane, che si continuano a coltivare in questo territorio. Ci troviamo siamo sui versanti sud/sud est dell'Etna, con promiscuità tra varietà a bacca bianca e rosse. Pendii più dolci e condizioni climatiche favorevoli, contribuiscono a dare volume e complessità aromatica.
Questo vino si ottiene da carricante (80%), catarratto, (15%) e minella (5%). Solo acciaio per una grande pulizia e chiarezza aromatica, con note iodate, agrumi, zagara, e ginestra dell'Etna al naso.
La verticale di “Avora”, il Falerio dei Vigneti Vallorani nato nel 2010, ha intercorso il periodo compreso tra il 2011 ed il 2020. Per questo vino si opera una selezione dei grappoli. Le prime annate erano sulle 2500 bottiglie, ora sulle 9.000. Affinamenti lunghe su fecce fini e lavoro in riduzione.
Avora 2020. Colore ancora molto vispo, ma dorato, naso accattivante (camomilla, fiori di campo, tè verde, fieno, artemisia), freschezza in bocca.
Avora 2018 (annata più fresca). Al naso la nota idrocarburica si avverte elegantemente. In bocca si avverte una elevata freschezza, che riporta ad una certa affinità col 2020. Un vino gastronomico.
Avora 2017. Al naso sembra la 2018, amplificata... Anche questa è stata una annata calda fino a luglio, poi fresca da agosto (bella escursione termica). In bocca, invece, ha una freschezza impressionante. Erbe aromatiche, menta, timo, mela cotogna, etc... Salinità in bocca e bella persistenza.
Avora 2014. Altra annata freedda (forse la più fredda degli ultim 20 anni). “Un vino divertente, anticonformista e fuori dagli schemi”. Vino pulito in bocca e di spessore, intrigante al naso. Anche qui si avverte un filo conduttore con le precedenti annate.
Avora 2011. Annata calda. Camomilla secca, frutta candita, spezie, tè nero, noci e nocciole. In bocca c'è una nota rustica, ma piacevole. Leggermente amaro e sempre molto salivante.
Vini precisi e coerenti, che mantengono la loro visione originaria, con un grande lavoro tecnico.
La '17 e la '14, alla fine, le più intriganti, ma in generale tutti i vini degustati sono di alto livello.
Ha completato la mattinata, un pranzo raffinato, sempre con piatti della tradizione locale.
