
Luglio 2026. Mancano meno di due mesi all'inizio della vendemmia i viticoltori conferitori di una delle poche cantine cooperative rimaste nella provincia di Ascoli Piceno non sanno ancora quanto riceveranno complessivamente per le uve che hanno consegnato nell'autunno scorso, sapendo solo quanto hanno già incassato a titolo di acconto, cioè dieci euro a quintale a maggio e altri dieci a luglio, per un totale di venti euro al quintale versati come anticipo su uva biologica certificata nell'areale dell'Offida Docg, mentre il saldo resta a tutt'oggi ignoto e potrebbe aggiungere altri dieci o venti euro al quintale, senza che i soci abbiano alcuna certezza in merito. [...]
I CONTI NON TORNANO
Per capire cosa significhi realmente un acconto di venti euro a quintale occorre sedersi a fare due conti, partendo da un dato agronomico specifico alla denominazione: il disciplinare dell'Offida Docg fissa la resa massima a 90 quintali di uva per ettaro, un tetto che vincola già in partenza il potenziale di ricavo del viticoltore, mentre il mantenimento della certificazione biologica comporta più lavorazioni manuali, più ore dedicate alla gestione dell'erba, l'impiego di fertilizzanti organici e di trattamenti che, per quanto ammessi, restano costosi, come emerge dal quaderno tecnico sui costi di produzione della viticoltura.
Il costo di conduzione biologica di un ettaro di vigneto supera sistematicamente i 4.000-4.500 euro annui anche nei terreni più favorevoli, senza contare le quote di ammortamento del vigneto, delle macchine agricole e dei costi fissi aziendali che ogni azienda, per quanto piccola, si trova comunque a sostenere. Con novanta quintali di resa, il massimo consentito dal disciplinare, e venti euro al quintale incassati finora solo a titolo di acconto, il viticoltore ha percepito milleottocento euro lordi per ettaro, una cifra che resterebbe insufficiente a coprire i costi sostenuti anche qualora il saldo, ancora ignoto, aggiungesse altri dieci o venti euro al quintale, traducendosi comunque in una perdita netta che nessun calcolo può occultare. Il dato assume un rilievo ancora più inquietante se confrontato con il resto del mercato, perché nel 2025 le uve da Montepulciano d'Abruzzo DOC, denominazione geograficamente prossima e stilisticamente affine, si attestavano attorno ai 50 euro al quintale, prezzo già considerato critico per la sostenibilità delle aziende che lo subivano, come documentato da un'analisi sul crollo dei prezzi delle uve nel 2025 e da un approfondimento sulle denominazioni a rischio. Venti euro al quintale per una DOCG biologica certificata, dunque, non trovano alcuna giustificazione economica in nessuno scenario di mercato realistico, nemmeno considerando il peggiore anno degli ultimi decenni per il settore vinicolo italiano.
IL PRECEDENTE - Moncaro, la più grande cooperativa vitivinicola marchigiana, con oltre 615 soci e 900 ettari di vigneto e sede a Montecarotto in provincia di Ancona, è stata dichiarata in liquidazione giudiziale dal Tribunale di Ancona nell'ottobre 2024, dopo aver accumulato debiti per 38,5 milioni di euro, come ricostruito da Italia a Tavola nella cronaca del fallimento e da Winenews nella notizia della liquidazione giudiziale, mentre il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nel frattempo, aveva nominato un commissario liquidatore, Giampaolo Cocconi, dando avvio a una procedura parallela che ha generato mesi di conflitto istituzionale, come racconta Marche Agricole nella cronaca dell'asta Moncaro. A maggio 2026, al primo giro d'asta, la cantina principale di Montecarotto è stata aggiudicata alla neonata cooperativa Uve Unite, nata a gennaio 2025 per iniziativa degli stessi ex soci di Moncaro, per 3,914 milioni di euro, mentre i poli di Acquaviva Picena e Camerano sono rimasti invenduti, secondo la cronaca dell'asta pubblicata dal Resto del Carlino, in un quadro nel quale il buco debitorio complessivo sfiorava i 76 milioni di euro, con soli 31 milioni ammessi al pagamento nella procedura di liquidazione coatta, come riporta Centropagina nella ricostruzione della vicenda. Nello stesso arco di tempo, un'altra cooperativa marchigiana, Colonnara-Marchedoc di Cupramontana, ha dovuto chiedere il commissariamento ministeriale dopo la richiesta di protezione dai creditori presentata dal presidente Stefano Coppola, come racconta Rai News , così che in pochi mesi tre cooperative vitivinicole marchigiane si sono trovate in grave difficoltà finanziaria, segno di come il problema sia a tutti gli effetti sistemico.
IL PARADOSSO DELLA DENOMINAZIONE
[...] Le uve biologiche certificate per una DOCG richiedono al viticoltore un impegno aggiuntivo su ogni fronte, dal maggior lavoro manuale ai controlli degli enti certificatori, fino al rispetto di un disciplinare che limita le rese, un impegno che comporta un costo economico e organizzativo non trascurabile, come chiarisce la scheda ufficiale sull'Offida DOCG curata da Valoritalia. In cambio, il sistema offre al produttore finale la possibilità di vendere un vino che porta un marchio dotato di valore riconosciuto sul mercato, biologico, certificato, con la denominazione più alta prevista dalla normativa italiana ed europea. Nel 2025 il prezzo dello sfuso di vini DOC e DOCG in Italia si attestava in media a 1,57 euro al litro, secondo i dati riportati da La Stampa sull'emergenza vino, e poiché da un quintale di uva si ottengono circa 70 litri di vino, ne consegue che il vino ricavato da un solo quintale d'uva vale, sul mercato dello sfuso, circa 109 euro: anche ammettendo un costo di trasformazione e stoccaggio elevato, il divario con i venti euro versati al conferitore resta difficile da giustificare come mera conseguenza della crisi di mercato, come emerge dall'analisi Bmti sui prezzi delle uve da vino rilevati dalle Camere di commercio. Le analisi settoriali sulla vendemmia 2025 documentano che, in alcune zone d'Italia, la forbice tra il prezzo delle uve a denominazione e quello dei vini comuni si è assottigliata in modo preoccupante, come descritto nell'approfondimento sulle denominazioni a rischio pubblicato da Italia Informa, [...].
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Articolo di Gabriele Casagrande
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